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Spazi per crescere – Bambini, ragazzi e la casa

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Un nuovo episodio de “Le Chiavi di Casa” è on air! Ascolta la puntata in cui, assieme alle pedagogiste Elena Urso ed Elisabetta Rossini, affrontiamo il tema degli spazi in casa per bambini e ragazzi.

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In alternativa, puoi leggere la trascrizione qui sotto.

 

Da neonati esplorano ogni cassetto, da adolescenti si chiudono in camera. Nel mezzo una casa deve riuscire ad essere un rifugio, una palestra di autonomia e un rifugio anche. Missione impossibile? Lo scopriamo nella puntata odierna alla casa come uno spazio per crescere e lo facciamo assieme alla dottoressa Elena Urso e alla dottoressa Elisabetta Rossini, pedagogiste ed esperte di situazioni familiari.  

Partiamo con l’arrivo di un figlio o di una figlia: dalla nascita in poi come dovrebbero cambiare gli spazi di una casa? 

U: L’arrivo di un figlio è un evento che travolge la vita di tutti e comincia già in fase di gestazione. Quindi siccome la nascita di un figlio è soprattutto un progetto questo si riversa anche negli spazi domestici. Per questo motivo noi invitiamo sempre a fare subito qualche cambiamento o, per lo meno, a immaginarlo già in fase di gravidanza. Questo aiuta i genitori ad accogliere il figlio e ad essere meno impattati dalle trasformazioni che poi arriveranno. Ovviamente la prima cosa è mettere la casa in sicurezza: questo vale sia per i bambini ma anche per i genitori. Tutti noi infatti abbiamo degli oggetti, anche se siamo adulti, a cui siamo affezionati. Dunque: oltre ai paraspigoli e alle prese che dovranno essere coperte soprattutto quando i bambini inizieranno a muoversi, è bene iniziare a posizionare oggetti lontani dalla portata dei bambini. Non farlo potrebbe innescare una serie di meccanismi a catena che rendono l’ambiente familiare per tutti: se ci rompono una cosa a cui teniamo tanto, per quanto si possa avere una calma zen, l’atmosfera in casa si potrebbe rovinare. Questa è una doppia visione: la casa è un sistema familiare in cui tutti abbiamo importanza a partire dai genitori. Come sempre, se stiamo bene noi stanno bene anche i bambini 

L’altra cosa è che la casa è un contenitore affettivo: una volta che abbiamo messo in sicurezza i bambini dal punto di vista fisico, ricordiamoci di metterli sempre in sicurezza dal punto di vista emotivo, rispettando le loro emozioni.  

Elisabetta, qual è l’ambiente di casa più pericoloso, alla luce di quanto ci ha detto Elena? 

R: Sia per i bambini che per gli adulti, il bagno e la cucina sono gli ambienti più pericolosi. In particolare per i bambini, bagno e cucina sono ambienti in cui non dovrebbero essere mai lasciati da soli. Il bagno per ovvie ragioni, lo sappiamo, anche per il discorso del bagnetto anche se ci sembra che ci sia poca acqua in realtà è pericolosissimo. Allo stesso modo la cucina contiene un sacco di oggetti che sono potenzialmente letali. Spostare le cose nei cassetti più alti può essere la soluzione.  

Poi uno deve vedere anche qual è l’investimento di forze ed energie che ha voglia di mettere. In realtà ci sono anche soluzioni più veloci come chiudere alcuni cassetti. Il consiglio che noi diamo è quello di permettere di avere in ogni locale uno spazio che sia a disposizione del bambino. Possiamo dunque sigillare la maggior parte dei cassetti ma lasciarne almeno uno con oggetti magari rumorosi ma non pericolosi che il bambino possa aprire quando cuciniamo. Questo permette da un lato al bambino di continuare la sua esplorazione in sicurezza e, dall’altro, a noi di avere qualche minuto di sollievo. C’è sempre bisogno di guardare sia la parte del piccolo che ha diritto di stare in un ambiente sicuro e delle necessità del genitore.  

Io apro adesso un tema su cui potremmo fare 10 puntate del podcast ma vi chiedo un po’ una sintesi: quello sugli spazi dedicati ai vari momenti della giornata di un bambino, quelli dedicato al gioco, alla lettura, anche allo spazio dedicato alla condivisione familiare. Come gestire questi spazi in casa? 

U: Tanto più i bambini sono piccoli tanto è più importante distinguere fra riposo e gioco. Lo spazio abbastanza sacro dovrebbe esser il lettino perché altrimenti creiamo confusione nel bambino. Quindi non individua più il letto come spazio del riposo ma si metterà a giocare se lo abbiamo associato a quest’attività. Questa è la prima grande distinzione.  

Sicuramente deve avere uno spazio dedicato al gioco, che può essere la cameretta laddove ci sia o uno spazio all’interno della sala. Questo è molto soggettivo: non spaventiamoci. Non è il caso di avere case gigantesche. Basta semplicemente avere uno spazio che il bambino riconosca dedicato a sé. Uno spazio autonomo, con poche regole che decide lui. E questo vale anche nel percorso di crescita. Quando dico che basta veramente poco intendo anche che basta un angolo dove c’è un tavolino o, per preservare la privacy del bambino anche qualcosa con delle tende, anche molto piccole che concedono loro di entrare e giocare quando non vogliono essere visti. Soprattutto quando sono piccoli e giocano i bambini entrano in una bolla che dal loro punto di vista non è visibile. Se riescono ad avere una loro piccola tana è fondamentale. Crescendo, con i ragazzi, dargli uno spazio che sia loro rappresenta un’estensione di sé. Questa va molto rispettata.  

Gli spazi di condivisione: uno fra tutti è la tavola. Anche questo cambia molto a seconda dell’età. Non possiamo pretendere che un bambino condivida l’intero pasto con noi stando a conversare. Può essere un bel momento di condivisione sempre se rispettiamo la loro età. Un bambino piccolo mangerà, dirà due cose e si alzerà. Un ragazzo adolescente non parlerà ma noi parliamo con lui e, soprattutto, parliamo tra di noi. Ciò che vedono è ciò che imparano e la cosa importante è dare l’esempio. 

Quando si è più piccoli c’è il momento della buonanotte che è un altro momento di condivisione per tanti bambini ma anche tanti ragazzini.  

Una domanda su questo tema: questo momento così intimo nella cameretta del bambino o nel lettone dei genitori? 

U: Io sono ad esempio una talebana del lettino dei bambini, Elisabetta è più morbida. Con i bambini funziona molto bene la chiarezza. Se preferiamo metterci nel lettone perché è banalmente più comodo, dobbiamo preventivamente dire ai bambini che poi si andrà a dormire nel loro letto. Si può fare purché il bambino sappia perfettamente che cosa succede. Molto spesso i conflitti (che noi chiamiamo capricci) sono un difetto di comunicazione.  

Abbiamo parlato di bambini, ma poi i bambini crescono e diventano ragazzi alla ricerca di autonomia. Come conciliare gli spazi di una casa con la necessità di non isolare i figli? 

R: Questo si insegna con il nostro comportamento sin da quando i nostri bambini sono molto piccoli. Un problema che spesso noi ci troviamo ad affrontare è che si demanda l’inserimento di una regola nel momento in cui si pensa che il bambino debba iniziare a rispettare quella regola. Un esempio? Il bussare. E’ chiaro che a noi non verrebbe in mente di dire ad un bambino di 2 anni di bussare alla porta. In realtà se noi teniamo determinati comportamenti come abitudini quotidiane che pratichiamo all’interno della casa, il bambino crescerà con questa visione, gli resterà nella memoria. Quindi anche quando un bambino è molto piccolo, prendiamo l’abitudine di bussare sul muro, sullo stipite della porta e chiediamo a voce alta, senza aspettarci una risposta: “Posso entrare?”. Questo farà vedere al bambino che c’è un rispetto nel varcare la soglia di una determinata stanza. Crescendo lo metterà in pratica e vedrà il gesto di bussare come una mossa di rispetto.  

Poi ci sono cose, tornando anche al bagno, che all’inizio, sono magari simpatiche. Sul lungo periodo però magari, avere un bambino che entra ed esce dal bagno mentre facciamo la doccia, può dare fastidio. Quindi è importante iniziare a mettere questa abitudine di comportamento.  

Sperando che poi quando saremo noi a bussare ci apra.. 

R: Potrebbe non aprirci, ma lì dipende dalla situazione com’è.. 

Siamo arrivati ad un tema abbastanza scottante nonché attuale: bambini e ragazzi messi di fronte a tablet e smartphone (forse un po’ meno tv). Quanto gli spazi domestici possono favorire il dialogo limitando questo tipo di dipendenza? 

U: Si tratta di un super tema spinosissimo. Noi abbiamo una letteratura scientifica abbastanza importante che ci mostra i danni che questo tipo di approccio ci dà in età molto precoce. Detto questo ovviamente la cosa più importante è l’esempio: io adulto devo abbandonare il mio cellulare quando entro in casa. Sì, è vero che lo utilizziamo per lavorare e quindi abbiamo molti più alibi rispetto agli altri. Poi però pretendiamo che i ragazzi che si autoregolino quando è difficile anche per noi. Quindi una regola aurea sarebbe quella di lasciare da parte il telefono non appena entriamo in casa in un luogo stabilito, un corridoio, un ingresso. Sicuramente un luogo comune: questo abituerà i ragazzi a fare lo stesso e, soprattutto, ci sarà un controllo doveroso sull’utilizzo di questi mezzi. Non possiamo pretendere che bambini e ragazzi sappiano regolarsi nell’utilizzo di questi dispositivi e quindi c’è bisogno dell’intervento di un adulto. Ci sarà inevitabilmente un conflitto ma un conflitto sano: nel momento in cui un bambino ha un dispositivo in mano dobbiamo dargli un timing. Detto questo, non dovrebbe nemmeno averlo in mano: il solito discorso è quello di colmare il gap fra l’ideale e quello che succede realmente nelle famiglie. Posto che questi dispositivi girano, le regole fondamentali sono metterli in un luogo comune e avere il massimo controllo sul loro utilizzo e avere un tempo minimo. 

Un luogo franco in cui mettere tutti quanti i dispositivi e, se non sono lì, c’è qualcosa che non va perché ovviamente ce li hanno loro.. 

U: Sicuramente non da utilizzare in autonomia, sicuramente non in stanze lontane dagli adulti. Cosa che funziona sino ad un certo punto perché sappiamo che la fruizione è un buco nero. Nel momento in cui guardo qualsiasi cosa i riferimenti spazio-tempo finiscono. Lo sappiamo, sono dispositivi realizzati per essere così, è risaputo su cosa lavorano. Proprio per questo motivo non possono essere isolati: se in più li mettiamo in una situazione di isolamento fisico perdiamo completamente il controllo e, per primi, lo perdono loro. Questo dovrebbe iniziare da piccoli perché, se iniziamo a obbligarli solo a partire dai 14 anni, è già tardi. Fra l’altro anche qui l’esempio che forniamo è fondamentale: se noi ceniamo con il telefono sul tavolo, anche girato, non possiamo pensare di chiedere ad un 15enne di non guardare il cellulare a tavola. In alcune situazioni dobbiamo distaccarci pure noi dal telefono, anche per essere più credibili ai loro occhi.  

Abbiamo parlato di tanti ambienti domestici: vi chiedo 2-3 consigli pratici da mettere in pratica domani mattina, magari anche su alcuni ambienti di cui non abbiamo ancora parlato.. 

U: Io farei il primo esempio per bambini molto piccoli. Consideriamo che per i bambini molto piccoli, gli ambienti sono in realtà un unico grande ambiente. Non hanno esperienza del mondo, di confini e dunque il confine siamo noi. Per questo motivo dovrebbero avere il massimo di libertà nell’esplorazione: così, qualche cassetto, ripiano dobbiamo lasciarlo a loro disposizione mettendo dentro cose non pericolose ma nemmeno preziose. Consigliamo sempre di lasciare dei giornali sul ripiano più basso perché i bambini si divertono a rompere le cose. Per noi è rompere ma per loro è davvero esplorare. Per noi tutte le cose rotte sono da buttare, per loro invece sono altre cose. 

Io da bambino aprivo i camioncini per vedere com’erano fatti. Sono cresciuto male io o va bene così? 

U: No da questo punto di vista benissimo e anche, ovviamente, far strappare dei libri è brutto. Ma magari delle vecchie riviste, giornali, depliant a cui teniamo meno possiamo metterli a disposizione. Anche nei cassetti: magari lasciamogli a disposizione qualcosa con dei tovaglioli, cose che loro possono tirare fuori anche perché ciò a cui non pensiamo mai è che, se iniziamo a proibire tutto, non ci possiamo stupire che scatti il meccanismo inverso. Lo faccio perché è proibito ma anche perché sono annoiato. Se non posso aprire quel cassetto, il ripiano no: pensate voi quanti no ricevono questi bambini. In realtà dovrebbero riceverne pochissimi a quest’età ma questo è un altro discorso. Sicuramente, per quanto riguarda l’andare avanti con l’età e il discorso della condivisione familiare, io torno sul discorso dell’età: mettersi a tavola almeno qualche volta a settimana e parlare un po’ di noi, anche se sembra che gli adolescenti non ci ascoltino, è fondamentale.  

Qual è il modo più corretto per comunicare con loro? La classica domanda “Cosa hai fatto a scuola”? non funziona.  

R: Cominciare a raccontare di noi. Si tratta sempre di un buon esempio. Noi di solito chiediamo al bambino appena uscito da scuola: “Come è andata oggi a scuola?”. Quando lo chiedevano a me la risposta era sempre: “Niente”. Nel momento in cui finisci un impegno che per un bambino è comunque faticoso, non hai voglia di raccontare sia che sia andato bene o male. E poi la risposta sarebbe un po’ ad elenco puntato. “Cos’hai fatto? Matematica, storia”. Non c’è nessuna esperienza nella domanda e, di conseguenza, non c’è nessuna esperienza nella risposta. Ripetuta tutti i giorni per 9 mesi per anni, diventa noiosa. Quello che noi facciamo è chiedere ai nostri ragazzi di raccontarci le loro attività ma non raccontiamo mai a loro quello che noi facciamo. Un po’ perché la relazione è assimetrica e ci sono domande che sono unilaterali ma, in questo caso, raccontare ai bambini delle nostre giornate, non è solo un “ho preso il treno, ho fatto questo e questo” ma anche raccontare degli aneddoti che ci hanno fatto divertire, star male o anche qualcosa in cui siamo riusciti bene e qualcosa in cui abbiamo fallito. Se noi la raccontiamo, mostriamo anche come si racconta una giornata 

Dobbiamo essere bravi a raccontarla: se io racconto a mio figlio che “hanno licenziato l’amministratore delegato..” 

R: Ecco magari selezioniamo il racconto utilizzando un linguaggio comprensibile. Ma ad esempio “Tizio mi stava simpatico/antipatico, non lo vedrò più, sono felice o dispiaciuto”. Ogni cosa può essere calata perché diventi argomenti di discussione con i bambini. Così impareranno perché se noi non raccontiamo niente non aspettiamoci che a 15 anni inizino a raccontarcele.  

Un’ultima cosa: un caso emblematico della vostra esperienza legata al rapporto genitori e figli legata alla fruizione degli spazi di casa.  

U: In realtà ci sono tantissime casistiche. Ne raccontiamo due diverse molto simili. Tornando al discorso di prima: non farsi prendere dal panico, non serve avere grandissimi spazi. La prima storia è quella di una famiglia di tre persone che ci è rimasta particolarmente nel cuore che avevano un bilocale. Ad un certo punto questa cosa è stata percepita sia dai genitori che dalla bambina come qualcosa di abbastanza limitante. La mamma ha avuto l’idea di trasformare la cucina in una cameretta, rendendo l’ambiente sala in un ambiente unico, mettendo la cucina a vista ecc. Questo è stato un intervento strutturale molto importante, garantendo a tutti una qualità del sonno migliore a tutti e migliorando la loro vita.  

Un’altra storia invece è simile, ma con spazi diversi. Si trattava di un open space in cui la figlia aveva uno spazio molto a vista. Quindi per questo motivo abbiamo pensato di dividere la casa con dei separè. Questa scelta ha abbassato il livello di conflittualità della casa: ovviamente avendo sempre gli occhi addosso da parte della ragazza c’era sempre tensione mentre, per i genitori, per quanto non si voglia “hai sempre qualcosa da dire”, quindi tendi a fare controlli h24. Questo ha aiutato ad avere quella famosa tana in cui lei poteva ripararsi quando voleva togliersi dalla vista di tutti.  

Io vi ringrazio per i consigli dati per la gestione degli spazi di casa, spazi per crescere. Grazie ancora ad Elena ed Elisabetta! 

Grazie a voi!